Cromatismi

Penso che quel che conti, nel raccontare per immagini, sia di cercare di tramettere agli altri il proprio modo di percepire le cose che ci circondano in una ricerca perpetua della propria interiorità e della percezione del reale. 
Quindi fotografo non per documentare, ma per raccontarmi ed anche per questo non sono stato mai attratto dal consenso e dalla competizione, che spesso considero deleteri ai fini creativi.
Credo che la fotografia possa (anzi debba) essere considerata come una forma d'arte. Quando la foto diventa arte allora essa riesce ad emozionare chi scatta ed a trasmettere anche agli altri il proprio modo di percepire il grande segreto della vita.

Mostra in preparazione

E' mia intenzione rifare una mostra sul tema "Cromatismi e Materia" come quella del 2010 e che potete vedere a fondo pagina . Per adesso sto solo preparando il tutto, ma con foto totalmente nuove come queste e tutte con un taglio quadro (50x50cm) che ho cominciato ad utilizzare da non molto:

Cromatismi e Materia

Qui, l'uso del colore è stato fine a sé stesso. Infatti per molto tempo, dopo il passaggio al digitale (periodo dal 2004 al 2010), era l'unico modo che avevo per le foto a colori. Poi pian piano, pur mantenendo l'amore primitivo del B/N, ho trovato altre forme espressive anche nel colore.

Mostra in Sant'Andrea in Percussina (Casa del Machiavelli) del 2010:

REALTÀ E POST-PRODUZIONE (di Enrico Maddalena)

È molto diffusa l’ingenua illusione di credere che la fotografia ci restituisca la realtà: “Ciò che vede la fotocamera è la realtà oggettiva, perché una macchina non sa mentire”. Da qui l’avversione di molti verso la post produzione. “Ma poi quella non è più la realtà - direbbe qualcuno - Il fotografo l’ha alterata”. Ma lo sappiamo cos’è la realtà? E possiamo vederla, conoscerla nella sua interezza? 
Noi non vediamo le cose, ma la luce che colpisce solo la superficie delle cose e ci viene rimbalzata negli occhi. Quella luce è stata alterata, modificata dalle cose e queste modificazioni ci danno delle informazioni assai limitate, superficiali sulle cose. Siamo ciechi a molte altre informazioni che altri esseri viventi riescono a percepire, come l’infrarosso, l’ultravioletto e le altre frequenze dello spettro elettromagnetico. 
La realtà è poi fatta di mille altre informazioni che percepiamo nel mondo reale ma che la fotografia, per sua natura, non può registrare, come i profumi, gli odori, i suoni, il caldo e il freddo, il vento che ci accarezza la pelle o ci scompiglia i capelli. 
E poi inquadrare è includere ma è allo stesso tempo escludere, mostrare e contemporaneamente nascondere.

Siamo sicuri che la fotocamera veda allo stesso modo dei nostri occhi? Basta conoscere qualcosa sugli obiettivi, sulle pellicole e sui sensori per rispondere di no. 

Il problema è ancora più complesso: noi vediamo l’immagine che il cristallino e gli altri mezzi dell’occhio proiettano sulla retina? E ancora la risposta è no. L’immagine retinica viene trasformata in impulsi nervosi che vengono elaborati dal cervello. E il cervello è una struttura complessa. In effetti quei segnali nervosi vengono elaborati e interpretati. Quindi, più che con gli occhi, noi vediamo una immagine del mondo filtrata dalla nostra personalità, dalle nostre esperienze passate, dalla nostra cultura, dallo stato d’animo del momento. È per questo che una scena che ci ha entusiasmato, riprodotta in fotografia, a volte ci delude. La fotocamera è un freddo strumento che ci rende una immagine ottica, deformata, del mondo. Intervenire in post produzione perchè quella immagine somigli il più possibile all’emozione che abbiamo provato e che ci ha spinto a scattare, è una sacrosanta operazione di verità.

Altro discorso è la falsificazione di una foto per alterare un fatto o una situazione, ma questa è un’altra storia.